Il calcio italiano ha superato da tempo il confine del confronto sportivo. Oggi si gioca anche – e forse soprattutto – sul piano del potere, della percezione e del racconto. Arbitraggio e VAR non sono più strumenti neutri, ma leve che, a seconda del contesto, producono effetti profondamente diversi. E quando il giudizio tecnico diventa variabile, il problema non è più l’errore, ma il sistema che lo giustifica. Oggi il calcio vive di ambiguità ed incoerenza, mediato da veicoli di informazione che non assicurano imparzialità e uniformità.
Napoli e la sensazione di un metro che cambia
A Napoli la sensazione è netta: il metro di giudizio non è stabile. Cambia, oscilla, si adatta. Non in modo esplicito, ma attraverso una sequenza di decisioni che, messe in fila, raccontano una storia precisa. Una storia in cui il Napoli sembra dover superare non solo l’avversario di turno, ma anche un contesto che lo osserva con criteri diversi. Il Napoli Campione di Italia da l’impressione di dar fastidio a certi livelli. C’è un momento preciso in cui il clima cambia. È quando Conte, pubblicamente, parla di “vergogna”. Una parola pesante, lanciata in modo frontale, che segna uno spartiacque. Da lì in poi, guarda caso, mutano non solo alcune valutazioni arbitrali, ma soprattutto il modo in cui queste vengono difese, spiegate e giustificate mediaticamente. Come se quella denuncia avesse innescato una reazione di sistema.
Napoli, Rahmani e l’episodio con l’Inter: il rigore che “non ammette dubbi”
Nell’episodio che coinvolge Rahmani contro l’Inter non c’è spazio per le sfumature. Contatto di gioco, dinamica rapida, ma la sentenza è immediata: pestone. Il VAR interviene, la decisione viene corretta e l’episodio viene elevato a paradigma dell’errore arbitrale da non tollerare. Titoli duri, toni scandalizzati, richiesta di rigore come atto dovuto. Nei vari ring televisivi tutti impegnati nella dura missione di gettare immediatamente acqua sul fuoco, dura lex sed lex sembrava essere la filosofia da imporre ed accettare, al di là di ogni singola ed inutile valutazione critica.
Vergara–Genoa: quando la stessa azione diventa “furbizia”
Poco dopo, stessa dinamica, stesso tipo di contatto, stesso tempo di gioco. Ma protagonisti diversi. Vergara contro il Genoa. Qui il VAR non interviene, ma soprattutto cambia il lessico. Non più fallo, non più errore, non più scandalo. Diventa “furbata”. Diventa mestiere. Diventa addirittura una colpa morale del calciatore che avrebbe saputo sfruttare la situazione. Viviamo in un Paese evidentemente fazioso, di parte, fintamente politicamente corretto ed il mondo del calcio risente di evidenti divisioni territoriali, di partito, di fede, di interessi economici, di sfumature di poteri limpidi e meno limpidi. A Napoli il punto non è stabilire quale delle due decisioni sia corretta. Il punto è che non possono essere corrette entrambe. O è fallo sempre, o non lo è mai. Invece, le stesse immagini producono due verdetti opposti. E questo non è arbitraggio: è discrezionalità selettiva.
Il processo mediatico a un giovane calciatore
Nel caso di Vergara si va oltre. Non solo si assolve la decisione arbitrale, ma si costruisce un processo mediatico. Un giovane viene attaccato verbalmente, accusato di aver imbrogliato, di essersi approfittato del sistema. Lo stesso sistema che, in un altro stadio e con un’altra maglia, aveva imposto l’intervento del VAR come necessità etica. Milan, Inter, Juventus non sono solo squadre: sono centri di potere calcistico e mediatico. Quando subiscono un torto presunto, il sistema reagisce. Quando beneficiano di una lettura favorevole, la narrazione si adegua. Napoli, invece, resta spesso nella posizione di chi deve dimostrare, spiegare, giustificare.
Napoli e il VAR usato come strumento politico
Il VAR nasce per ridurre le ingiustizie. Ma quando viene utilizzato a intermittenza, diventa uno strumento ipocrita e pericoloso. Interviene quando serve ristabilire un equilibrio percepito come “giusto” dal sistema, resta fermo quando l’episodio può essere archiviato come marginale o giustificabile. Due pesi e due misure che delegittimano il sistema. A Napoli la conclusione è inevitabile: due pesi e due misure. Non solo sul campo, ma nel racconto. Non solo nelle decisioni, ma nella loro legittimazione pubblica. Ed è questo che mina la credibilità del calcio italiano più di qualsiasi errore arbitrale.
Una questione di potere, non di interpretazione
Alla fine, non si tratta di stabilire se fosse rigore o no. Si tratta di capire perché, a parti invertite, cambia tutto: il VAR, il linguaggio, l’indignazione, i colpevoli. Finché il calcio continuerà a negare questa evidenza, Napoli continuerà a sentirsi non solo sfavorita, ma giudicata con regole diverse. Episodi dubbi, regole interpretate a seconda dei casi, nessuna uniformità di giudizio, giornali e televisivi che completano il corredo della vergogna con interventi di parte privi di obiettività. Così il calcio italiano, oltre che tecnicamente rischia di perdere definitivamente credibilità ed appeal. Porre rimedio e farlo subito, non c’è altra soluzione.

