Dal pallone sull’asfalto alle aggressioni tra giovanissimi: un’inchiesta sul cambiamento delle relazioni, sul disagio adolescenziale e sulle responsabilità degli adulti.
A cura di Manila Scaramella
La domanda da cui partire
In Italia, il confronto tra i ragazzi di ieri e quelli di oggi riporta al centro una questione che non possiamo più ignorare: come stanno crescendo gli adolescenti e perché, accanto a tanti giovani che costruiscono relazioni positive, le cronache raccontano anche episodi di bullismo, aggressioni e violenza tra coetanei?
Oggi, nell’epoca degli smartphone e della comunicazione continua, il passaggio dai luoghi di incontro del quartiere ai nuovi spazi sociali si accompagna a problemi che richiedono attenzione, dati e responsabilità. Non basta dare la colpa alla tecnologia: occorre capire che cosa accade nelle relazioni tra i ragazzi, quale ruolo abbiano il gruppo e il contesto educativo e quanto gli adulti siano capaci di riconoscere il disagio prima che diventi un’emergenza.
Quando bastavano un pallone e un biliardino
C’erano pomeriggi in cui il tempo sembrava non finire mai. Bastava un pallone, un cortile, un muretto o un biliardino per ritrovarsi con gli amici e dimenticare tutto il resto. Le scarpe si sporcavano sull’asfalto, le ginocchia si sbucciavano e le partite sembravano infinite. Si litigava per un fallo, si protestava per un gol contestato, ci si arrabbiava per una sconfitta. Poi, spesso, si tornava a giocare insieme.
I ragazzi di ieri imparavano anche così a stare al mondo. Non erano tutti più buoni e il passato non era privo di prepotenze, esclusioni o violenza. Ma quei luoghi offrivano a molti un’occasione concreta per incontrarsi, misurarsi con gli altri e imparare che una discussione non doveva necessariamente distruggere un’amicizia.
C’era il compagno più bravo, quello che voleva sempre vincere, quello che arrivava senza pallone e quello che veniva scelto per ultimo. C’erano le ingiustizie, ma anche la possibilità di enfrentarle faccia a faccia, di chiedere scusa e di ritrovarsi il giorno dopo nello stesso posto.
Il biliardino era un gioco, ma anche un piccolo esercizio di convivenza. La squadra insegnava che nessuno poteva fare tutto da solo. Il quartiere offriva occasioni di incontro e, talvolta, la presenza di adulti che conoscevano i ragazzi e intervenivano quando necessario. Forse è questo che ricordiamo con maggiore affetto: non soltanto i giochi, ma la sensazione di appartenere a un gruppo senza dover dimostrare continuamente di essere migliori degli altri.
Oggi la cronaca ci obbliga a guardare oltre la nostalgia
Il mondo è cambiato. I ragazzi hanno nuovi strumenti, nuove possibilità e modi diversi di comunicare. Molti continuano a praticare sport, a coltivare amicizie e a vivere la propria adolescenza con entusiasmo. Sarebbe sbagliato descrivere un’intera generazione attraverso gli episodi più gravi.
Eppure, quando leggiamo di pestaggi tra minorenni, aggressioni di gruppo, minacce e ragazzi coinvolti in episodi con armi, non possiamo limitarci all’indignazione del momento. Dobbiamo chiederci che cosa sia accaduto prima di quei gesti: c’erano state provocazioni? Minacce precedenti? Conflitti ignorati? Pressioni da parte del gruppo? Oppure si è trattato di una situazione improvvisa?
Sono domande essenziali per un’inchiesta seria. Ogni episodio deve essere verificato, le responsabilità accertate e le testimonianze ascoltate. Non basta un video sui social per comprendere tutta una vicenda, così come non basta una notizia di cronaca per affermare che tutti i giovani siano diventati più violenti.
Ma c’è un aspetto che merita particolare attenzione: in alcune aggressioni, il gruppo non si limita ad assistere. Può incitare, rafforzare chi colpisce e trasformare la sofferenza della vittima in uno spettacolo. Quando accade, la domanda diventa inevitabile: perché, in certi contesti, fare un passo indietro sembra più umiliante che ferire un’altra persona?
I numeri del bullismo: un problema da documentare
I dati aiutano a distinguere la preoccupazione dai fatti.
Secondo l’ISTAT, nell’indagine riferita al 2023 e pubblicata il 26 giugno 2025, il 21% dei ragazzi italiani tra gli 11 e i 19 anni ha dichiarato di aver subito comportamenti di bullismo ripetuti più volte al mese. Tra gli 11 e i 13 anni, la percentuale raggiunge il 23,7%.
Si tratta di dati importanti, che riguardano comportamenti offensivi, aggressivi o di esclusione ripetuti nel tempo, online e offline. Non equivalgono a una statistica sulle aggressioni fisiche o sui reati commessi da minorenni. Questa distinzione è fondamentale: per stabilire se siano aumentati i pestaggi, le rapine o gli episodi con coltelli servono dati specifici, confrontabili nel tempo e distinti per tipologia di reato ed età.
L’inchiesta deve partire proprio da qui: dai numeri, dalle testimonianze e dall’ascolto di chi lavora ogni giorno con gli adolescenti. La violenza non va né minimizzata né utilizzata per condannare indiscriminatamente una generazione.
Il gruppo, la paura di essere deboli e il bisogno di essere riconosciuti
A tredici o quattordici anni il bisogno di essere accettati è fortissimo. Si cerca il proprio posto, si desidera essere riconosciuti e si teme il giudizio dei coetanei. Questo bisogno non è cambiato rispetto al passato; è cambiato, però, il contesto nel quale i ragazzi cercano approvazione e affrontano i conflitti.
In alcuni gruppi, la prepotenza può diventare uno strumento per conquistare prestigio. Il ragazzo che intimorisce gli altri viene considerato forte; chi si rifiuta di partecipare rischia di essere deriso o escluso. Una provocazione può trasformarsi in una sfida e una sfida può degenerare quando nessuno trova il coraggio di fermarsi.
I social media possono amplificare l’umiliazione: un insulto può circolare rapidamente, un video può essere condiviso e una vittima può continuare a subire le conseguenze dell’episodio anche dopo essere tornata a casa.
Ma lo schermo non è l’unica spiegazione. Le aggressioni avvengono anche nei luoghi fisici e non possono essere ricondotte automaticamente alla tecnologia. Occorre comprendere il peso delle dinamiche di gruppo, delle esperienze individuali e dei contesti familiari e scolastici, evitando spiegazioni semplicistiche.
Chi aggredisce deve rispondere delle proprie azioni. Chi subisce deve essere protetto. Chi assiste deve essere aiutato a capire che chiedere soccorso e opporsi alla prepotenza sono gesti di coraggio, non di debolezza.
Galimberti e il disagio dei giovani
Nel libro L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, il filosofo Umberto Galimberti riflette sulla difficoltà delle nuove generazioni di trovare riferimenti, significati e motivazioni in una società in rapido cambiamento.
La sua riflessione offre una chiave per affrontare una domanda più profonda: che cosa succede quando un ragazzo fatica a dare un senso a ciò che vive e non trova adulti capaci di accompagnarlo?
Non significa che il vuoto emotivo sia la causa di ogni aggressione, né che il disagio giustifichi la violenza. Significa riconoscere che educare non vuol dire soltanto trasmettere nozioni o imporre regole, ma anche aiutare i giovani a comprendere le proprie emozioni, affrontare le frustrazioni e trovare parole diverse dalla rabbia per esprimere ciò che provano.
Un adolescente può sbagliare gravemente e deve assumersene la responsabilità. Ma prevenire altri errori richiede anche di capire quali segnali siano stati trascurati e quali strumenti educativi siano mancati.
La responsabilità non può fermarsi ai ragazzi
Quando accade un episodio grave, la prima reazione è spesso chiedere punizioni più severe. La giustizia deve fare il proprio corso e le vittime devono ricevere tutela. Ma se ci fermiamo soltanto alla punizione, rischiamo di intervenire quando il danno è già avvenuto.
Dobbiamo guardare anche a ciò che precede la violenza: le difficoltà familiari, i conflitti scolastici, l’assenza di spazi di aggregazione e la mancanza di adulti capaci di offrire ascolto e limiti chiari.
Non si tratta di accusare tutti i genitori o gli insegnanti. Molti svolgono il proprio compito con impegno, spesso in condizioni difficili. Si tratta di riconoscere che la crescita di un ragazzo è una responsabilità condivisa.
Servono scuole capaci di affrontare il bullismo, famiglie sostenute nel loro ruolo, attività sportive e culturali accessibili e servizi territoriali che possano intervenire tempestivamente. Soprattutto, servono adulti presenti: persone che sappiano ascoltare senza banalizzare, correggere senza umiliare e dire di no senza rinunciare al dialogo.
Il monito: che cosa vogliamo lasciare ai nostri figli?
I ragazzi di ieri sono diventati gli adulti di oggi. I ragazzi di oggi saranno gli adulti di domani. Tra queste generazioni non dovrebbe esserci una condanna reciproca, ma la volontà di comprendere ciò che è cambiato e di assumersi le proprie responsabilità.
Non possiamo tornare ai pomeriggi del biliardino e del pallone come se il tempo si fosse fermato. Possiamo, però, recuperare ciò che quei momenti rappresentavano: la condivisione, il rispetto delle regole, la capacità di perdere senza sentirsi sconfitti come persone e la possibilità di ricominciare dopo un litigio.
La vera domanda non è se i giovani di ieri fossero migliori di quelli di oggi. È se stiamo offrendo ai ragazzi gli strumenti per affrontare il mondo senza trasformare la paura in aggressività e il bisogno di essere accettati in una lotta contro gli altri.
Non aspettiamo che una lite diventi un pestaggio, che una minaccia si trasformi in tragedia o che una vittima trovi ascolto soltanto quando il dolore è diventato impossibile da ignorare.
Torniamo a esserci, prima. Nelle case, nelle scuole, nei quartieri. Non soltanto per controllare i ragazzi, ma per conoscerli. Non soltanto per punirli quando sbagliano, ma per insegnare loro a distinguere la forza dalla prepotenza e il rispetto dalla paura.
Perché un ragazzo non dovrebbe mai avere bisogno di umiliare un altro per sentirsi importante, né di entrare in un branco per sentirsi protetto. Il mondo di ieri non tornerà. Ma possiamo ancora scegliere quale mondo consegnare ai ragazzi di domani. E questa responsabilità appartiene a tutti noi.
Nota editoriale
L’articolo propone un confronto generazionale e un approfondimento sul bullismo e sulla violenza giovanile. I dati citati riguardano fenomeni specifici e non dimostrano, da soli, un aumento generalizzato della criminalità minorile. Le riflessioni filosofiche sono utilizzate come strumenti di interpretazione e non come prove delle cause dei singoli episodi.
Fonti
- ISTAT, Bullismo e cyberbullismo nei rapporti tra i ragazzi – Anno 2023, pubblicato il 26 giugno 2025.
- Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli.
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