Il fallimento del sistema e l’addio ai Mondiali 2026. Il triplice fischio finale della sfida contro la Bosnia non ha sancito solo l’ennesima esclusione dell’Italia dal Mondiale, ma il crollo definitivo di un intero sistema. Per la terza volta consecutiva, la Nazionale azzurra resterà a guardare la rassegna iridata dal divano. Tuttavia, ridurre il disastro alla sfortuna dei rigori o a un singolo errore tecnico sarebbe l’ennesimo alibi di un movimento che rifiuta di guardarsi allo specchio. La crisi del nostro calcio è profonda, cronica e figlia di scelte (o non-scelte) che partono da lontano.

Il fallimento del calcio italiano parte dai vivai: Atleti, non calciatori

Il primo punto critico riguarda la gestione dei settori giovanili. Oggi l’Italia ha smesso di insegnare calcio per concentrarsi sulla costruzione di “soldati”. Fisicità contro Tecnica: Nelle scuole calcio si insegna ai ragazzi a essere forti, veloci e tatticamente disciplinati, trascurando la tecnica individuale e la creatività. Questo accade perché molti allenatori delle giovanili puntano alla vittoria immediata per dare slancio alla propria carriera, preferendo il ragazzo strutturato fisicamente a quello talentuoso ma minuto. Mancanza di eccellenza: Il risultato è una produzione industriale di onesti mestieranti, ma una carenza drammatica di “fuoriclasse” capaci di saltare l’uomo e creare superiorità numerica a livello internazionale. La fantasia una volta al potere lascia inesorabilmente spazio a doti atletiche che non guardano al risultato mediato.

Il coraggio smarrito di puntare sui giovani

Nonostante i proclami, il calcio italiano ha paura dei suoi talenti. Mentre all’estero i diciottenni guidano le big europee, in Italia un ventiduenne è ancora considerato un “giovane che deve fare esperienza”. La trappola dell’usato sicuro: I club di Serie A, schiacciati dall’obbligo del risultato, preferiscono investire su stranieri di medio livello o su giocatori esperti piuttosto che dare fiducia ai prodotti del vivaio. Certo, questo ha ragioni anche economiche alla base, ma ciò non toglie che viviamo in un Paese senza coraggio e lungimiranza, un Paese che, anche nel calcio, ha pian piano smarrito la propria identità ed i propri valori. Un divario generazionale: Senza minuti nelle gambe e senza la possibilità di sbagliare, il ricambio generazionale della Nazionale diventa impossibile, costringendo i CT a pescare in un bacino sempre più ristretto di titolari.

Il calcio italiano affonda in un campionato elefantiaco: Il grido di De Laurentiis

A rendere il quadro ancora più fosco è l’incapacità di riformare i campionati. Proprio oggi, il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis ha rincarato la dose, definendo insostenibile l’attuale struttura della Serie A. 20 squadre sono troppe: Un torneo a 20 squadre diluisce la qualità e ingolfa il calendario. Troppe partite di basso livello non aiutano la crescita dei calciatori e tolgono spazio alla preparazione della Nazionale. Riforma necessaria: ridurre il numero delle partecipanti (a 18 o 16, come suggerito da molti esperti) aumenterebbe la competitività, migliorerebbe la redistribuzione delle risorse economiche e permetterebbe un calcio più veloce e moderno, in linea con i top campionati europei.

Conclusione: O riforma o oblio

L’Italia del calcio si trova davanti a un bivio. Non basta più cambiare l’allenatore di turno; serve una rivoluzione culturale. È necessario rimettere la tecnica al centro della formazione giovanile, avere il coraggio di lanciare i talenti senza aspettare che compiano 25 anni e snellire i campionati per alzare l’asticella della competizione. Se non si avrà il coraggio di smantellare questo sistema obsoleto per costruirne uno nuovo, il silenzio degli azzurri ai Mondiali non sarà più un’eccezione, ma la nostra nuova, triste normalità. La proposta di De Laurentiis trova sicuramenti ragioni valide in superficie, ma se non si raschia il fondo del barile con una riforma complessiva e profonda tutto potrebbe non essere sufficiente. Azzerare tutto e ripartire in contropiede, dove un tempo eravamo Maestri.

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1 commento su “Calcio Italiano: “…a pazziella ‘mmane ‘e criature””

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