​A cura di Manila Scaramella

​Un approfondimento tra neuroscienze, attenzione, autonomia personale ed etica della cura.

​Ci sono difficoltà che non si vedono immediatamente, ma che possono cambiare profondamente il modo in cui una persona vive, percepisce e attraversa il mondo. A volte, ciò che per noi appare evidente non lo è altrettanto per chi ha subito una lesione cerebrale. Un oggetto può trovarsi davanti agli occhi senza essere adeguatamente considerato; una parte dello spazio può rimanere fuori dall’attenzione; un gesto quotidiano può trasformarsi in un’azione complessa.

​È in questo scenario che si inserisce la negligenza spaziale unilaterale, conosciuta anche come neglect, una condizione neurologica che coinvolge i meccanismi dell’attenzione spaziale e che può compromettere significativamente l’autonomia e la partecipazione alla vita quotidiana.

​Comprendere il neglect significa avvicinarsi a una realtà nella quale vedere, prestare attenzione ed essere consapevoli non sono necessariamente la stessa cosa. Significa anche interrogarsi sul nostro modo di osservare l’altro, evitando giudizi affrettati e riconoscendo la complessità dell’esperienza umana.

​Perché, prima ancora di chiederci perché una persona non guardi o non risponda a uno stimolo, dovremmo domandarci che cosa stia realmente accadendo.

​La negligenza spaziale unilaterale: quando l’attenzione non raggiunge tutto lo spazio

​La negligenza spaziale unilaterale è un disturbo neuropsicologico caratterizzato dalla difficoltà di orientare l’attenzione e rispondere agli stimoli presenti in una parte dello spazio, generalmente quella opposta alla lesione cerebrale.

​Si manifesta frequentemente dopo un ictus, soprattutto in presenza di lesioni dell’emisfero destro, ma può comparire anche in seguito ad altre condizioni neurologiche.

​La caratteristica fondamentale è che la persona può non esplorare spontaneamente una parte dell’ambiente, pur non presentando necessariamente un deficit visivo che spieghi completamente tale comportamento.

​Nella vita quotidiana, questo può tradursi in situazioni apparentemente semplici: mangiare soltanto il cibo presente su un lato del piatto, non accorgersi di un oggetto collocato dalla parte trascurata, leggere soltanto una porzione di una riga oppure incontrare difficoltà nel vestirsi, nell’orientarsi o nello spostarsi in sicurezza.

​Questi comportamenti non devono essere interpretati automaticamente come disattenzione volontaria, mancanza di collaborazione o scarso impegno. Il neglect è una condizione clinica che richiede conoscenze specifiche, un’osservazione accurata e una valutazione professionale.

​Ciò che non viene considerato non è necessariamente qualcosa che la persona sceglie di ignorare.

​Questa distinzione è essenziale perché permette di superare una lettura superficiale del comportamento e di riconoscere la possibile presenza di una difficoltà neurologica.

​Il cervello e la costruzione della nostra esperienza dello spazio

​La percezione dello spazio non dipende esclusivamente dalla capacità degli occhi di ricevere le informazioni visive. È il risultato di un insieme articolato di processi cerebrali che comprendono attenzione, orientamento, integrazione sensoriale e capacità di selezionare gli stimoli rilevanti.

​Ogni giorno il nostro cervello gestisce una quantità enorme di informazioni. Non tutte ricevono la stessa attenzione: alcune vengono privileged, altre possono essere momentaneamente trascurate. Nel neglect, i sistemi cerebrali che contribuiscono a distribuire l’attenzione nello spazio possono risultare compromessi.

​La condizione è frequentemente associata a lesioni dell’emisfero destro e al coinvolgimento di reti cerebrali distribuite, ma non è riconducibile a un’unica area anatomica in tutti i pazienti. La manifestazione clinica dipende dalla sede e dall’estensione della lesione, dalle connessioni interessate e dalle caratteristiche individuali.

​È importante distinguere la negligenza spaziale unilaterale dall’emianopsia, un disturbo caratterizzato dalla perdita di una porzione del campo visivo. Le due condizioni possono presentarsi insieme, ma hanno caratteristiche differenti e richiedono una valutazione specifica.

​Nel neglect, infatti, la difficoltà riguarda soprattutto l’orientamento dell’attenzione e la risposta agli stimoli presenti in una parte dello spazio. La persona può quindi non utilizzare spontaneamente informazioni che, in determinate circostanze, risultano accessibili ai suoi sistemi sensoriali. Comprendere questa differenza è fondamentale per evitare interpretazioni errate e orientare correttamente la presa in carico.

​Quando una difficoltà neurologica entra nella vita quotidiana

​La negligenza spaziale unilaterale non è soltanto un fenomeno osservabile durante una valutazione neuropsicologica. Può incidere concretamente sulle attività quotidiane, sulla sicurezza personale e sulla possibilità di mantenere una certa indipendenza.

​Immaginiamo di dover attraversare una stanza senza esplorarne adeguatamente una parte, di non accorgerci di un ostacolo oppure di non riuscire a individuare spontaneamente un oggetto necessario per svolgere un’attività familiare. Azioni che prima appartenevano alla normalità possono diventare difficili, richiedere più tempo o comportare rischi.

​La persona può aver bisogno di assistenza in attività che precedentemente svolgeva senza difficoltà. Può incontrare ostacoli nel muoversi, nel riconoscere gli elementi dell’ambiente o nell’organizzare le proprie azioni.

​Anche la famiglia può vivere questa situazione con disorientamento. Chi assiste potrebbe chiedersi perché il proprio caro non si accorga di un oggetto evidente o sembri ignorare una parte della stanza. Senza una spiegazione adeguata, il comportamento rischia di essere interpretato come disinteresse, ostinazione o scarsa volontà.

​Per questo motivo, l’informazione e l’educazione dei familiari rappresentano aspetti importanti del percorso assistenziale. Conoscere la natura del disturbo aiuta a ridurre i fraintendimenti, a riconoscere i rischi e a costruire modalità di sostegno più appropriate.

​La difficoltà neurologica non definisce l’intera persona. Accanto al disturbo rimangono la sua storia, le sue emozioni, le sue preferenze, le sue capacità residue e il diritto di partecipare alle decisioni che la riguardano.

​La riabilitazione: promuovere autonomia e sicurezza

​La gestione della negligenza spaziale unilaterale richiede una valutazione individualizzata e un progetto riabilitativo costruito sulle caratteristiche della persona.

​Il percorso può coinvolgere diverse figure professionali, tra cui medici, neuropsicologi, fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti e altri professionisti sanitari, secondo le necessità cliniche.

​Gli interventi possono comprendere strategie di esplorazione visiva, esercizi di orientamento dell’attenzione, attività funzionali e adattamenti dell’ambiente. In alcuni casi si utilizzano riferimenti visivi, indicazioni verbali o strategie di scansione per favorire l’esplorazione della parte dello spazio trascurata.

​La scelta delle tecniche deve essere guidata dalla valutazione clinica e dagli obiettivi riabilitativi. Non esiste un intervento valido in modo uniforme per tutte le persone, e i risultati possono variare in base alle caratteristiche del disturbo e alla situazione individuale.

​Anche l’ambiente domestico può essere adattato per favorire la sicurezza e la partecipazione alle attività quotidiane. È tuttavia importante che ogni intervento venga pianificato con attenzione. Modificare la disposizione degli oggetti, fornire indicazioni o incoraggiare l’esplorazione dello spazio deve avvenire in modo coerente con il progetto riabilitativo e con le necessità della persona.

​Aiutare non significa sostituirsi sempre all’altro. Significa offrire il sostegno necessario affinché possa partecipare, sperimentare le proprie capacità residue e recuperare, quando possibile, maggiore autonomia.

​La riabilitazione non dovrebbe essere intesa soltanto come una sequenza di esercizi, ma come un percorso finalizzato a migliorare la partecipazione della persona alla propria vita quotidiana. I progressi possono essere graduali e non sempre lineari. Riconoscerli richiede competenza, pazienza e una valutazione realistica degli obiettivi raggiungibili.

​Etica della cura: comprendere prima di giudicare

​A mio avviso, uno degli aspetti più importanti della negligenza spaziale unilaterale riguarda il modo in cui osserviamo e interpretiamo chi ne è affetto.

​Nella pratica quotidiana, siamo spesso portati a valutare il comportamento altrui sulla base della nostra esperienza. Se una persona non guarda verso un oggetto, non risponde a uno stimolo o trascura una parte dell’ambiente, possiamo essere tentati di pensare che non presti attenzione. Ma ciò che appare evidente a noi non è necessariamente accessibile all’altro nello stesso modo.

​La responsabilità etica di chi si prende cura di una persona fragile consiste anche nella capacità di sospendere il giudizio e cercare di comprendere le ragioni di un comportamento.

​La competenza professionale non si esaurisce nella conoscenza delle procedure o nell’esecuzione corretta di un intervento. Comprende la capacità di osservare, interpretare con prudenza, comunicare in modo rispettoso e riconoscere i limiti della propria conoscenza.

​Una cura realmente centrata sulla persona deve tutelare la sicurezza senza annullare l’autonomia, offrire assistenza senza umiliare e riconoscere la vulnerabilità senza trasformarla in inferiorità. Significa anche rivolgersi direttamente alla persona, spiegarle ciò che si sta facendo e coinvolgerla, per quanto possibile, nelle decisioni che la riguardano.

​La fragilità non autorizza a sostituire la volontà dell’altro con la nostra. Al contrario, richiede una responsabilità maggiore nel proteggere la sua dignità e nel rispettare le sue capacità residue.

​La qualità della cura si misura anche nella capacità di riconoscere la persona oltre il comportamento che osserviamo.

​Questa prospettiva riguarda tutti coloro che partecipano al percorso assistenziale: professionisti sanitari, operatori, familiari e caregiver. Ognuno, secondo il proprio ruolo e le proprie competenze, può contribuire a creare un ambiente nel quale la difficoltà venga compresa, la sicurezza tutelata e la persona rispettata.

​La consapevolezza del disturbo: ogni esperienza è diversa

​Un ulteriore elemento di complessità riguarda la consapevolezza che la persona ha della propria difficoltà.

​Alcune persone riconoscono il disturbo e riescono a descriverne le conseguenze. Altre ne hanno una consapevolezza parziale, mentre in alcuni casi può essere presente una ridotta consapevolezza del deficit. Questi aspetti non sono identici in tutti i pazienti e devono essere valutati individualmente.

​La consapevolezza può influenzare il modo in cui la persona affronta le attività quotidiane, accetta l’assistenza e partecipa al percorso riabilitativo.

​Anche in questo caso, è importante evitare interpretazioni semplicistiche. Una difficoltà nel riconoscere il proprio deficit non deve essere automaticamente considerata negazione volontaria, disinteresse o mancanza di collaborazione.

​La valutazione clinica permette di comprendere meglio il quadro individuale e di individuare modalità di comunicazione e sostegno adeguate. Rispettare la persona significa anche riconoscere che non tutti vivono la malattia e il cambiamento delle proprie capacità nello stesso modo.

​Quando lo spazio sfugge allo sguardo: una riflessione sulla persona

​Il titolo di questo contributo nasce da una considerazione: lo spazio che non viene esplorato non è necessariamente uno spazio che non esiste, così come uno stimolo non considerato non è necessariamente uno stimolo deliberatamente ignorato.

​Il neglect ci ricorda che la nostra esperienza del mondo dipende da meccanismi complessi, che possono modificarsi in seguito a una lesione cerebrale. Ciò che per una persona appare immediato e semplice può diventare, per un’altra, difficile da individuare, comprendere o utilizzare.

​Questa consapevolezza ci invita a riflectere sui limiti della nostra prospettiva. Non possiamo conoscere pienamente l’esperienza dell’altro soltanto osservandone il comportamento dall’esterno. Possiamo però avvicinarci alla sua realtà attraverso lo studio, l’ascolto, l’osservazione professionale e la disponibilità a mettere in discussione le nostre interpretazioni.

​Non significa rinunciare alla valutazione clinica o alla necessità di intervenire. Significa, al contrario, fondare l’intervento su una comprensione più accurata della difficoltà e delle sue conseguenze.

​Comprendere prima di giudicare non è soltanto un principio di sensibilità umana: è anche un orientamento responsabile nella relazione di cura.

​Conclusione: vedere la persona, oltre il disturbo

​La negligenza spaziale unilaterale ci ricorda che il rapporto con il mondo non è un processo automatico e uniforme. Ciò che per alcuni è immediatamente accessibile, per altri può richiedere strategie, sostegno e un percorso riabilitativo specifico.

​Conoscere il neglect significa migliorare la capacità di riconoscere i segnali clinici, comprendere le difficoltà quotidiane e favorire interventi appropriati. Significa anche sviluppare uno sguardo più responsabile nei confronti della fragilità.

​Il mio pensiero è che la qualità della cura emerga proprio nella distanza tra ciò che vediamo e ciò che siamo disposti a comprendere. Non basta osservare una difficoltà: occorre interrogarsi sul suo significato, sulle conseguenze che produce nella vita della persona e sulle possibilità concrete di sostenerla.

​La dignità non dipende dalla capacità di orientare correttamente lo sguardo, di riconoscere ogni stimolo o di compiere autonomamente ogni gesto. Non diminuisce quando una funzione neurologica viene compromessa e non deve essere subordinata alla velocità del recupero.

​Prendersi cura significa riconoscere la persona nella sua interezza, anche quando la sua esperienza dello spazio è cambiata.

​Non tutto ciò che sfugge allo sguardo è una scelta.

Non tutto ciò che non comprendiamo è privo di significato.

​Comprendere questa differenza è un atto di conoscenza. Rispettarla è un atto di responsabilità. Tradurla in una cura competente, prudente ed empatica è un impegno professionale ed etico.

​Fonti scientifiche e riferimenti bibliografici

  • ​Heilman, K. M., Watson, R. T., Valenstein, E. (2003). Neglect and Related Disorders. In: Heilman, K. M., Valenstein, E. (a cura di), Clinical Neuropsychology, 4ª edizione. Oxford University Press.
  • ​Vallar, G., Perani, D. (1986). “The anatomy of unilateral neglect after right-hemisphere stroke lesions. A clinical/CT-scan correlation study in man”. Neuropsychologia, 24(5), 609–622.
  • ​Corbetta, M., Shulman, G. L. (2011). “Spatial neglect and attention networks”. Annual Review of Neuroscience, 34, 569–599.
  • ​Bowen, A., Hazelton, C., Pollock, A., Lincoln, N. B. (2013). “Cognitive rehabilitation for spatial neglect following stroke”. Cochrane Database of Systematic Reviews, 2013(7), CD003586.

​Nota editoriale

​Questo articolo ha finalità divulgative e culturali. Non sostituisce una valutazione neurologica o neuropsicologica e non costituisce un’indicazione terapeutica individuale. La diagnosi e la pianificazione degli interventi devono essere affidate a professionisti qualificati.

​© Manila Scaramella, 2026. Tutti i diritti riservati.

Testo originale a cura di Manila Scaramella. È vietata la riproduzione integrale o parziale, la distribuzione o la rielaborazione del contributo senza preventiva autorizzazione dell’autrice, fatti salvi gli usi consentiti dalla legge. Le citazioni bibliografiche e i contenuti scientifici restano attribuiti ai rispettivi autori.

di Manila Scaramella

​Manila Scaramella ​"Essere la voce di chi non ha voce." ​Caporedattrice per Terzo Tempo | Fondatrice e Direttrice di Focus Psiche Magazine | Autrice e Redattrice d'Inchiesta ​Biografia Manila Scaramella è caporedattrice di Terzo Tempo e direttrice editoriale, guidata da un preciso impegno etico, umano e sociale. ​Attraverso un approccio basato sull'inchiesta rigorosa, sulla divulgazione scientifica e sulla neuroetica, indaga i contesti più complessi della società contemporanea, della mente umana e degli equilibri internazionali. Il suo percorso unisce la sensibilità per la giustizia sociale al rigore dell'analisi giuridica e scientifica, ponendo al centro la tutela dei diritti fondamentali: dalle approfondite inchieste sull'applicazione del Codice Rosso e la protezione delle vittime di violenza, fino alle battaglie civili per il riconoscimento dei caregiver familiari e della disabilità. ​Specializzata anche in diritto marittimo e geopolitica, ha curato dettagliate analisi su scenari strategici globali, come le dinamiche e le crisi nello Stretto di Hormuz, integrando la visione delle normative internazionali con le ripercussioni socio-economiche. ​Con una prospettiva multidisciplinare che intreccia neuroscienze, diritto e trasformazioni culturali, ha fondato e dirige Focus Psiche Magazine, testata indipendente dedicata all'approfondimento della psiche e del pensiero contemporaneo. ​Nel suo lavoro d'autore e di direzione editoriale, Manila Scaramella coniuga rigore scientifico, competenza analitica e passione civile, mettendo l'approfondimento al servizio della comunità per offrire un'informazione etica, profonda e accessibile.

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