di Manila Scaramella

​Nel panorama della riabilitazione contemporanea, gli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA) rappresentano un ambito nel quale ricerca scientifica, competenza professionale e relazione uomo-animale si incontrano.

​Tra questi, gli interventi che coinvolgono il cavallo hanno acquisito una crescente attenzione in ambito riabilitativo, psicologico ed educativo, grazie alla particolare complessità della relazione che si instaura tra la persona e l’animale e alle caratteristiche motorie e sensoriali proprie dell’interazione con il cavallo.

​Parlare oggi di ippoterapia richiede tuttavia una precisazione. Nel sistema italiano degli Interventi Assistiti con gli Animali, disciplinato dalle Linee guida nazionali per gli Interventi Assistiti con gli Animali, approvate con Accordo tra il Governo, le Regioni e le Province autonome il 25 marzo 2015, Rep. Atti n. 60/CSR, gli interventi terapeutici rientrano nella categoria delle Terapie Assistite con gli Animali (TAA).

​Nel linguaggio comune il termine ippoterapia continua a essere ampiamente utilizzato, ma in una prospettiva scientifica e professionale è opportuno collocarlo all’interno del più ampio sistema degli IAA e della Riabilitazione Equestre, distinguendo le diverse finalità, competenze e modalità operative.

​La differenza non è soltanto terminologica.

​Significa riconoscere che l’intervento con il cavallo non può essere ridotto a una semplice attività a contatto con l’animale, ma deve essere progettato sulla base di obiettivi specifici, indicazioni appropriate, competenze professionali e criteri di sicurezza e di tutela del benessere animale.

​Il cavallo: partner, non strumento

​Uno degli aspetti che rendono il cavallo particolarmente interessante in ambito riabilitativo è rappresentato dalle caratteristiche del suo movimento.

​Durante il passo, il cavallo produce un movimento ritmico e tridimensionale che genera oscillazioni trasmesse al bacino e al tronco della persona. Questo particolare pattern motorio può fornire stimoli sensoriali, propriocettivi e posturali che, se opportunamente utilizzati da professionisti qualificati, possono contribuire al lavoro sull’equilibrio, sul controllo del tronco, sulla coordinazione e su specifiche funzioni motorie.

​La ricerca contemporanea ha prodotto risultati interessanti soprattutto nell’ambito della riabilitazione neuromotoria. Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2025 ha analizzato gli effetti degli interventi assistiti con il cavallo su diversi parametri, tra cui equilibrio, funzione motoria, spasticità, postura, deambulazione e qualità della vita, rilevando risultati favorevoli in diversi degli esiti studiati. Gli stessi autori evidenziano tuttavia la necessità di interpretare tali risultati alla luce della qualità e dell’eterogeneità degli studi disponibili.

​La dimensione terapeutica, però, non si esaurisce nella biomeccanica.

​Quando una persona entra in relazione con un cavallo, deve confrontarsi con un essere vivente dotato di proprie modalità percettive, comportamentali e comunicative.

​Postura, movimento, tono della voce, distanza, ritmo e modalità di avvicinamento possono influenzare l’interazione. La persona, a sua volta, può essere chiamata a modulare il proprio comportamento e a prestare attenzione a segnali che normalmente, in altri contesti terapeutici, potrebbero assumere un ruolo secondario.

​Questa dimensione non verbale può diventare parte significativa dell’esperienza.

​Il cavallo, tuttavia, non è un terapeuta.

​Definirlo co-terapeuta può essere una metafora efficace sul piano divulgativo, ma dal punto di vista professionale è più corretto considerarlo un partner dell’intervento, la cui partecipazione viene progettata, mediata e tutelata dai professionisti che compongono l’équipe.

​È una distinzione fondamentale.

​Attribuire all’animale un ruolo terapeutico autonomo rischierebbe infatti di antropomorfizzarne la funzione e di oscurare la responsabilità clinica dei professionisti.

​Riconoscere invece il cavallo come partner significa attribuire valore alla sua presenza senza confondere i ruoli.

​La relazione come elemento dell’intervento

​Il valore degli interventi assistiti con il cavallo non risiede soltanto nel movimento dell’animale.

​Esiste anche una dimensione relazionale nella quale la persona può sperimentare modalità differenti di comunicazione, attenzione, regolazione emotiva e interazione.

​Il cavallo risponde a ciò che accade nell’ambiente e alla modalità con cui la persona si avvicina e interagisce con lui. Questo può creare situazioni nelle quali la persona viene incoraggiata a osservare, attendere, modulare il proprio comportamento e adattarsi alle risposte dell’animale.

​Non si tratta di attribuire al cavallo capacità psicologiche straordinarie o di sostenere che l’animale sia in grado di “leggere la mente” dell’essere umano.

​Il cavallo possiede, come altre specie, capacità percettive e comportamentali proprie, e la qualità dell’interazione dipende da numerosi fattori.

​È proprio questa complessità a rendere necessaria una lettura scientifica della relazione.

​La relazione uomo-cavallo può essere terapeuticamente significativa quando viene inserita all’interno di un progetto strutturato, con obiettivi definiti e modalità di intervento coerenti con le caratteristiche della persona.

​Evidenze scientifiche: tra risultati promettenti e prudenza

​La ricerca sugli interventi assistiti con il cavallo è in continua evoluzione.

​Gli studi disponibili hanno esplorato diversi ambiti, tra cui la riabilitazione neuromotoria, il disturbo da stress post-traumatico, l’ansia, i disturbi dell’umore e alcune condizioni del neurosviluppo.

​I risultati sono in diversi casi incoraggianti, ma non consentono di attribuire agli interventi assistiti con il cavallo un’efficacia generalizzabile a ogni condizione clinica.

​Nel disturbo da stress post-traumatico, per esempio, una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2023 ha rilevato risultati favorevoli nella riduzione della sintomatologia, in particolare nel breve periodo, ma ha sottolineato la necessità di ulteriori studi e di una maggiore standardizzazione dei protocolli.

​Una revisione sistematica pubblicata nel 2025, relativa agli interventi assistiti con il cavallo in persone con disturbo da stress post-traumatico, ansia e disturbi dell’umore, ha rilevato risultati potenzialmente positivi in diversi studi, evidenziando tuttavia importanti differenze metodologiche, campioni spesso ridotti e una limitata disponibilità di studi randomizzati di elevata qualità.

​Questi dati suggeriscono una conclusione importante:

​gli interventi assistiti con il cavallo rappresentano un ambito promettente, ma la ricerca non autorizza a trasformare la promessa in una certezza assoluta.

​La prudenza non diminuisce il valore di questa modalità di intervento.

​Al contrario, permette di proteggerla da semplificazioni, aspettative irrealistiche e narrazioni miracolistiche.

​Gli IAA non dovrebbero essere presentati come sostituti universali delle terapie evidence-based, ma come interventi che, quando appropriati, possono essere integrati all’interno di percorsi riabilitativi, psicologici, educativi o sanitari adeguatamente progettati.

​La domanda scientificamente corretta non è quindi se “il cavallo curi”.

​La domanda è in quali condizioni, per quali persone, con quali obiettivi e attraverso quali meccanismi un intervento assistito con il cavallo possa produrre benefici misurabili.

​L’etica come garanzia di cura

​Se un intervento vuole réellement promuovere il benessere della persona, non può farlo attraverso la compromissione del benessere dell’animale.

​Questo principio dovrebbe essere alla base di ogni intervento assistito con il cavallo.

​L’animale non è uno strumento terapeutico da utilizzare secondo necessità.

​È un essere vivente con bisogni fisici, comportamentali, sociali ed etologici propri.

​Da questa prospettiva, il passaggio fondamentale è quello dal concetto di utilizzo al concetto di relazione responsabile.

​Il cavallo partecipa all’intervento, ma la sua partecipazione deve essere compatibile con il suo benessere.

​Tra gli aspetti fondamentali da tutelare rientrano:

  • ​la possibilità di mantenere adeguate relazioni sociali con altri cavalli;
  • ​condizioni di gestione rispettose dei bisogni etologici della specie;
  • ​adeguate possibilità di movimento;
  • ​tempi sufficienti di riposo e recupero;
  • ​alimentazione appropriata e assistenza veterinaria;
  • ​valutazione periodica delle condizioni fisiche dell’animale;
  • ​valutazione del comportamento e dei segnali di stress;
  • ​gestione appropriata della durata e dell’intensità del lavoro;
  • ​possibilità di interrompere o modificare l’attività quando emergano segnali di disagio.

​Il benessere animale non coincide semplicemente con l’assenza di malattia.

​Comprende anche la possibilità per l’animale di esprimere comportamenti compatibili con la propria natura e di vivere in condizioni che tengano conto delle sue necessità fisiche, sociali e ambientali.

​La ricerca sugli equidi coinvolti negli Interventi Assistiti con gli Animali sottolinea proprio la necessità di monitorare le risposte comportamentali e fisiologiche degli animali, considerando sia gli effetti immediati sia quelli che possono manifestarsi nel tempo.

​Il benessere del cavallo è parte della qualità terapeutica

​Il benessere dell’animale non è soltanto una questione morale.

​È anche una condizione importante per la qualità e la sicurezza dell’intervento.

​Un cavallo sottoposto a dolore, paura, stress cronico, sovraccarico o condizioni di gestione inadeguate può modificare il proprio comportamento.

​Questo può compromettere la prevedibilità dell’interazione, aumentare il rischio per la persona e rendere meno efficace il setting.

​Per questa ragione, la valutazione del benessere deve essere continua e non limitarsi alla fase iniziale di selezione dell’animale.

​Non basta stabilire che un cavallo è “idoneo”.

​Occorre continuare a osservare il suo comportamento e la sua condizione nel corso del tempo.

​Il cavallo deve poter manifestare segnali di affaticamento, disagio o rifiuto senza che tali segnali vengano interpretati come semplice disobbedienza.

​La capacità di fermarsi, modificare l’attività o interromperla quando necessario rappresenta una delle forme più concrete di rispetto nei confronti dell’animale.

​Il cavallo come soggetto moralmente rilevante

​L’etica relazionale porta questa riflessione ancora più avanti.

​Se il cavallo partecipa realmente alla relazione, non può essere considerato esclusivamente in funzione del beneficio prodotto sulla persona.

​Possiede una propria soggettività, propri bisogni e una propria dimensione di benessere.

​Riconoscerlo come soggetto moralmente rilevante non significa attribuirgli caratteristiche umane né trasformarlo in un professionista sanitario.

​Significa riconoscere che la sua presenza comporta una responsabilità.

​Il cavallo non deve essere soltanto “utile”.

​Deve poter stare bene.

​Questa distinzione è essenziale perché consente di superare una visione puramente strumentale dell’animale senza cadere nell’antropomorfismo.

​L’etica relazionale non chiede di immaginare il cavallo come un essere umano.

​Chiede di rispettarlo come cavallo.

​Ed è proprio questa attenzione alla sua alterità a rendere autentica la relazione.

​Standard professionali e quadro normativo italiano

​La professionalizzazione degli Interventi Assistiti con gli Animali ha ricevuto in Italia un importante impulso con l’Accordo tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano del 25 marzo 2015, Rep. Atti n. 60/CSR, recante le Linee guida nazionali per gli Interventi Assistiti con gli Animali.

​Le Linee guida distinguono tre principali categorie:

  1. ​Terapie Assistite con gli Animali (TAA);
  2. ​Educazione Assistita con gli Animali (EAA);
  3. ​Attività Assistite con gli Animali (AAA).

​Le diverse tipologie di intervento hanno finalità e caratteristiche differenti e richiedono competenze specifiche.

​Nel caso delle terapie, il progetto deve essere definito sulla base delle necessità della persona e inserito in un percorso professionale.

​La multidisciplinarità è uno degli elementi qualificanti del sistema.

​A seconda della tipologia e del progetto, sono previste diverse figure professionali, tra cui il responsabile di progetto, il referente d’intervento, il medico veterinario esperto in IAA e il coadiutore dell’animale.

​Il medico veterinario esperto in IAA assume un ruolo particolarmente importante per quanto riguarda la valutazione dell’animale, la sua idoneità, la gestione dei rischi e la tutela del suo benessere.

​Il coadiutore del cavallo contribuisce invece alla gestione dell’animale durante l’intervento, favorendo un’interazione corretta e sicura.

​La professionalità non rappresenta quindi un elemento burocratico aggiuntivo.

​È ciò che consente di trasformare un’attività potenzialmente suggestiva in un intervento strutturato, appropriato e responsabile.

​La sicurezza come responsabilità condivisa

​Ogni intervento che coinvolge un cavallo richiede inoltre una valutazione rigorosa della sicurezza.

​La sicurezza riguarda contemporaneamente:

  • ​la persona;
  • ​il professionista;
  • ​l’animale;
  • ​l’ambiente;
  • ​le modalità operative.

​Devono essere considerate le condizioni cliniche e funzionali dell’utente, le caratteristiche comportamentali del cavallo, l’ambiente nel quale si svolge l’attività, le modalità di avvicinamento e di interazione e le possibili situations di stress o imprevedibilità.

​La sicurezza non significa eliminare la spontaneità della relazione.

​Significa creare le condizioni affinché quella relazione possa svilupparsi senza esporre nessuno dei suoi protagonisti a rischi evitabili.

​Anche per questo la formazione degli operatori, la corretta organizzazione del setting e la presenza di procedure condivise costituiscono una forma concreta di tutela sia della persona sia dell’animale.

​Oltre il mito del cavallo che “cura”

​La popolarità degli interventi con gli animali porta con sé anche un rischio comunicativo.

​Il rischio è quello di trasformare una relazione complessa in una narrazione semplice: il cavallo ascolta, comprende, accoglie e quindi guarisce.

​La realtà è molto più articulata.

​Il cavallo non possiede un potere terapeutico universale.

​Non sostituisce lo psicologo, il medico, il fisioterapista o gli altri professionisti sanitari.

​Non può essere considerato una cura in sé.

​Il suo contributo acquista significato all’interno di una relazione strutturata, nella quale gli obiettivi terapeutici vengono definiti dai professionisti e gli effetti dell’intervento devono essere valutati con strumenti adeguati.

​Questo non rende l’esperienza meno preziosa.

​La rende più seria.

​La scienza non ha bisogno di eliminare l’emozione dall’esperienza con il cavallo.

​Ha bisogno di distinguere l’emozione dall’evidenza, senza negare nessuna delle due.

​Il valore della prudenza scientifica

​Una divulgazione scientifica responsabile non deve soltanto raccontare ciò che funziona.

​Deve anche spiegare ciò che ancora non conosciamo.

​La ricerca sugli Interventi Assistiti con il cavallo è in crescita, ma presenta ancora differenze significative nei protocolli, nella durata degli interventi, nelle caratteristiche delle popolazioni studiate e negli strumenti utilizzati per misurare gli esiti.

​Per alcune condizioni cliniche le evidenze sono più consistenti; per altre sono ancora preliminari.

​Servono studi più ampi, protocolli maggiormente standardizzati, misure di esito condivise e ricerche capaci di distinguere quali componenti dell’intervento siano maggiormente responsabili degli eventuali benefici.

​Questa prudenza non deve essere interpretata come una svalutazione.

​Al contrario.

​Riconoscere i limiti delle evidenze è una delle forme più autentiche di rispetto nei confronti della scienza.

​E significa anche proteggere le persone più fragili da promesse terapeutiche non adeguatamente dimostrate.

​Una cura che comprende due esseri viventi

​L’elemento più affascinante degli Interventi Assistiti con il cavallo è forse proprio questo: la terapia non avviene attraverso un oggetto, ma attraverso una relazione.

​Da una parte c’s una persona con la propria storia, i propri bisogni, le proprie fragilità e le proprie possibilità.

​Dall’altra c’è un animale con una propria individualità, una propria sensibilità e propri bisogni.

​Tra i due si crea uno spazio di comunicazione che non è completamente verbale e che richiede attenzione, adattamento e ascolto.

​È in questo spazio che l’intervento professionale può acquisire un significato particolare.

​Ma proprio perché si tratta di una relazione, non può esistere un unico protagonista.

​La persona non deve essere tutelata a discapito del cavallo.

​Il cavallo non deve essere utilizzato per raggiungere un risultato clinico a qualunque costo.

​La qualità dell’intervento nasce dalla tutela di entrambi.

​Il senso di una scelta

​Scegliere un intervento assistito con il cavallo non significa semplicemente aggiungere un’attività all’aria aperta a una terapia tradizionale.

​Significa accettare una concezione della cura nella quale corpo, movement, emozioni, ambiente e relazione possono incontrarsi.

​Quando la competenza clinica incontra la ricerca scientifica, quando la normativa viene applicata con responsabilità e quando il benessere dell’animale viene considerato parte integrante dell’intervento, la relazione con il cavallo può diventare uno spazio di particolare valore.

​La professionalità non toglie magia a questo incontro.

​La protegge.

​Perché la vera sfida degli Interventi Assistiti con gli Animali non è dimostrare che il cavallo possa “curare” tutto.

​È comprendere in quali condizioni, per quali persone, con quali obiettivi e attraverso quali meccanismi la relazione con il cavallo possa realmente contribuire al benessere della persona, senza mai sacrificare il benessere dell’animale.

​Ed è proprio in questo equilibrio tra scienza ed etica che la relazione uomo-cavallo trova il suo significato più autentico.

​Il mio pensiero

​Per me, il cavallo è molto più di un animale o di un compagno di viaggio: è un pezzo di anima, una presenza che riempie la vita in modi che le parole faticano a spiegare.

​Credo fermamente che possa rappresentare un ponte autentico verso la riscoperta di noi stessi. In quel silenzio condiviso, dove i respiri sembrano incontrarsi e i corpi imparano ad ascoltarsi, non esistono soltanto esercizi, obiettivi o protocolli: esiste una relazione.

​È una relazione che può accogliere senza giudicare, che invita alla fiducia e che, in alcuni percorsi, può accompagnare la persona verso una nuova consapevolezza del proprio corpo, delle proprie emozioni e delle proprie possibilità.

​Il vero valore non risiede nel miracolo né nella promessa di una guarigione universale. Risiede nell’incontro: nella possibilità che un essere umano possa sentirsi nuovamente presente a se stesso attraverso una relazione rispettosa con un altro essere vivente.

​Per questo credo che il cavallo, quando viene rispettato nella sua natura e tutelato nel suo benessere, possa diventare molto più di un semplice elemento di un percorso riabilitativo: può essere un compagno di relazione capace di insegnarci, nel silenzio, ad ascoltare, a respirare, a fidarci e a riconoscere nuove possibilità.

​La scienza ha il compito di studiare questo incontro con rigore. L’etica ha il compito di proteggerlo. L’esperienza umana ha il compito di ricordarci perché, talvolta, una relazione può lasciare un segno che va oltre ciò che è possibile misurare.

​Fonti bibliografiche e normative

  • ​Ministero della Salute / Conferenza Permanente per i Rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano. Accordo 25 marzo 2015 (Rep. Atti n. 60/CSR): “Linee guida nazionali per gli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA)”. Riferimento istituzionale: salute.gov.it
  • ​National Center for Biotechnology Information / U.S. National Library of Medicine. Revisioni sistematiche e meta-analisi sulle evidenze cliniche degli interventi assistiti con gli equidi (riabilitazione neuromotoria, PTSD, disturbi dell’umore e monitoraggio del benessere animale). Banca dati scientifica: pubmed.ncbi.nlm.nih.gov

​Manila Scaramella

Copyright © 2026 Manila Scaramella

di Manila Scaramella

​Manila Scaramella ​"Essere la voce di chi non ha voce." ​Caporedattrice per Terzo Tempo | Fondatrice e Direttrice di Focus Psiche Magazine | Autrice e Redattrice d'Inchiesta ​Biografia Manila Scaramella è caporedattrice di Terzo Tempo e direttrice editoriale, guidata da un preciso impegno etico, umano e sociale. ​Attraverso un approccio basato sull'inchiesta rigorosa, sulla divulgazione scientifica e sulla neuroetica, indaga i contesti più complessi della società contemporanea, della mente umana e degli equilibri internazionali. Il suo percorso unisce la sensibilità per la giustizia sociale al rigore dell'analisi giuridica e scientifica, ponendo al centro la tutela dei diritti fondamentali: dalle approfondite inchieste sull'applicazione del Codice Rosso e la protezione delle vittime di violenza, fino alle battaglie civili per il riconoscimento dei caregiver familiari e della disabilità. ​Specializzata anche in diritto marittimo e geopolitica, ha curato dettagliate analisi su scenari strategici globali, come le dinamiche e le crisi nello Stretto di Hormuz, integrando la visione delle normative internazionali con le ripercussioni socio-economiche. ​Con una prospettiva multidisciplinare che intreccia neuroscienze, diritto e trasformazioni culturali, ha fondato e dirige Focus Psiche Magazine, testata indipendente dedicata all'approfondimento della psiche e del pensiero contemporaneo. ​Nel suo lavoro d'autore e di direzione editoriale, Manila Scaramella coniuga rigore scientifico, competenza analitica e passione civile, mettendo l'approfondimento al servizio della comunità per offrire un'informazione etica, profonda e accessibile.

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