​A cura di Manila Scaramella

​Epitteto, la psicologia, lo sport e quella forza silenziosa che ci insegna a rialzarci

​Ci sono momenti nella vita in cui scopriamo una verità difficile da accettare: non possiamo controllare tutto ciò che ci accade.

​Possiamo prepararci, impegnarci, amare, progettare, combattere con tutte le nostre forze. Eppure, nonostante tutto, qualcosa può andare diversamente da come avevamo immaginato.

​È proprio davanti a questa fragilità che, a distanza di quasi duemila anni, il pensiero di Epitteto conserva una sorprendente attualità.

​La sua filosofia non ci promette una vita senza dolore.

​Ci insegna qualcosa di più realistico e, forse, di più prezioso: imparare a distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi.

​E questa distinzione può diventare una vera forma di libertà.

​La lezione di Epitteto

​Epitteto, filosofo stoico vissuto tra il I e il II secolo d.C., conobbe personalmente la condizione di schiavitù prima di diventare maestro di filosofia.

​La sua esperienza contribuì a rendere centrale nella sua riflessione il tema della libertà interiore.

​Nel suo Manuale, Epitteto distingue ciò che è nelle nostre possibilità — i nostri giudizi, le nostre scelte, le nostre intenzioni e le nostre azioni — da ciò che non possiamo governare pienamente: gli eventi esterni, il comportamento degli altri, la reputazione e il risultato delle nostre azioni.

  • ​Non significa diventare indifferenti.
  • ​Non significa smettere di soffrire.
  • ​E non significa accettare passivamente qualsiasi cosa.

​Significa comprendere dove possiamo realmente intervenire.

​È una differenza sottile, ma fondamentale. Non sempre possiamo scegliere ciò che accade. Possiamo però cercare di scegliere come affrontarlo.

​Quando la filosofia incontra la psicologia

​È interessante osservare come alcune intuizioni dello stoicismo possano dialogare, pur senza essere confuse con esse, con alcuni principi della psicologia contemporanea.

​La terapia cognitivo-comportamentale, per esempio, considera importante il rapporto tra pensieri, emozioni e comportamenti. Il modo in cui interpretiamo una situazione può influenzare il modo in cui la viviamo e il modo in cui reagiamo.

​Pensiamo a una sconfitta. Una persona potrebbe dirsi:

​“Ho perso, quindi non sono abbastanza bravo.”

​Un’altra potrebbe pensare:

​“Ho perso. Mi dispiace. Voglio capire cosa posso imparare e cosa posso fare diversamente.”

​La sconfitta rimane la stessa, ma cambia il significato che le viene attribuito.

​Questo non vuol dire negare le emozioni negative. Al contrario: la delusione deve poter essere riconosciuta, la rabbia deve poter essere ascoltata, la tristezza deve poter essere vissuta.

​La differenza sta nel non permettere che un’emozione o un singolo evento diventino una definizione permanente della nostra identità.

​“Ho fallito” non è necessariamente la stessa cosa di “sono un fallimento”. Ed è proprio in questa differenza che può aprirsi uno spazio di libertà.

​La resilienza: non essere invincibili, ma continuare a essere se stessi

​La parola resilienza è entrata ormai nel nostro linguaggio quotidiano. Talvolta, però, rischiamo di interpretarla male.

  • ​Essere resilienti non significa essere persone che non soffrono.
  • ​Non significa sorridere sempre.
  • ​Non significa avere una forza inesauribile.
  • ​E soprattutto non significa affrontare tutto da soli.

​La resilienza è piuttosto la capacità di adattarsi alle difficoltà e di trovare, anche attraverso il sostegno degli altri, nuove possibilità per andare avanti.

​A volte rialzarsi significa reagire. Altre volte significa fermarsi, chiedere aiuto, riposare, accettare di essere fragili. E anche questo può essere un atto di forza.

​Lo sport come metafora della vita

​Forse è proprio nello sport che il pensiero di Epitteto trova una delle sue immagini più immediate.

​Prima di una gara, un atleta può controllare molte cose: la preparazione, l’impegno, la concentrazione, il comportamento, la disciplina, il modo di reagire agli errori.

​Ma non può controllare tutto: non può decidere come giocherà l’avversario, non può prevedere ogni decisione arbitrale, non può garantire il risultato.

​E allora la vera domanda diventa: Dove devo mettere le mie energie?

​Se un atleta concentra tutta la propria attenzione su ciò che non può controllare, rischia di consumare energie preziose. Se invece si concentra su ciò che può fare in quel momento, recupera una parte del proprio potere. È una lezione che vale ben oltre lo sport.

​La gara più difficile è spesso quella che nessuno vede

​Ogni atleta conosce il peso della competizione. Ma esiste una gara ancora più silenziosa: quella contro la propria paura. Contro il timore di deludere, contro il bisogno di dimostrare qualcosa, contro la voce interiore che dice:

  • ​“Non puoi sbagliare.”
  • ​“Devi essere il migliore.”
  • ​“Se perdi, hai fallito.”

​Questa pressione può diventare enorme. La psicologia dello sport studia da tempo il rapporto tra prestazione, emozioni, motivazione, fiducia e capacità di affrontare le avversità.

​La ricerca sulla resilienza sportiva mostra quanto siano importanti le risorse personali, la fiducia, la motivazione e il sostegno sociale.

​Questo ci ricorda qualcosa di fondamentale: la forza mentale non nasce dall’assenza della paura, ma dalla capacità di continuare ad agire anche quando la paura è presente.

​Un errore non è un’identità

​Immaginiamo un atleta che commette un errore decisivo: un tiro fuori, un rigore sbagliato, una caduta, un tempo peggiore del previsto.

​Per qualche istante può sembrare che tutto il lavoro fatto fino a quel momento non abbia più valore. Ma un errore può essere analizzato, può diventare esperienza, può persino diventare l’inizio di una trasformazione.

​Il problema nasce quando smettiamo di dire “Ho commesso un errore” e cominciamo a dirci “Io sono il mio errore”.

​Sono due cose profondamente diverse. Un risultato descrive un momento; non descrive una persona.

​Il valore di una persona non può stare in una classifica

​Viviamo in una società che misura continuamente: tempi, punteggi, follower, risultati, successi, carriere, prestazioni.

​Anche nello sport il risultato è importante, ma quando diventa l’unico metro attraverso cui giudichiamo una persona, qualcosa si spezza.

  • ​Un atleta non è soltanto la medaglia che conquista.
  • ​Un ragazzo non è il voto che prende.
  • ​Un adulto non è il lavoro che svolge.
  • ​Una persona non è la somma dei propri successi, né dei propri fallimenti.

​Educare allo sport non dovrebbe significare insegnare soltanto a vincere. Dovrebbe significare insegnare a competere senza perdere il rispetto, a perdere senza sentirsi perduti, a vincere senza umiliare e a chiedere aiuto senza vergognarsi.

​Perché lo sport può formare il carattere non soltanto quando si sale sul podio, ma soprattutto quando dal podio si scende.

​E quando la gara finisce?

​Prima o poi, ogni gara finisce. Finisce la stagione migliore, finisce una carriera, cambiano i corpi, cambiano le occasioni, cambiano le persone.

​Ed è allora che comprendiamo che la vita non ci ha mai promesso di vincere sempre. Ci ha insegnato qualcosa di più difficile: continuare a essere presenti anche quando il risultato non è quello che desideravamo.

​Forse è questo il vero significato della resilienza: non dire “Non mi fa male”, ma poter dire “Mi fa male, eppure proverò a capire cosa posso fare con questo dolore”.

​Epitteto nel nostro tempo

​Oggi viviamo in un mondo nel quale abbiamo strumenti straordinari per comunicare e raggiungere obiettivi, eppure possiamo sentirci impotenti davanti a ciò che non possiamo controllare.

​Le parole di Epitteto diventano una bussola:

  • ​Forse non dipende da noi ciò che un’altra persona pensa, ma dipende da noi come scegliamo di comportarci.
  • ​Forse non dipende da noi il risultato finale, ma dipende da noi la preparazione.
  • ​Forse non possiamo cancellare ciò che è successo, ma possiamo decidere cosa farne.

​Ed è qui che filosofia e psicologia si incontrano: nell’imparare a vivere con maggiore consapevolezza dentro una realtà che contiene anche l’imprevisto.

​Il monito

​Non chiederti soltanto: “Ho vinto?”

Chiediti: “Come ho combattuto?”

​Non domandarti soltanto: “Che risultato ho ottenuto?”

Domandati: “Chi sono diventato mentre cercavo di ottenerlo?”

​E quando arriverà una sconfitta, non avere fretta di chiamarti fallito. Una sconfitta è un evento; tu sei molto più grande di un evento.

​Se hai perso, puoi imparare. Se hai sbagliato, puoi correggere. Se sei caduto, puoi chiedere una mano. E se oggi non hai la forza di rialzarti, non vergognarti di fermarti.

​Perché non tutte le vittorie fanno rumore: alcune sono silenziose. Sono quelle mattine in cui ci alziamo nonostante la fatica, quei momenti in cui scegliamo di riprovare, quelle volte in cui, pur avendo paura, decidiamo di non arrenderci.

​Non sei il tuo ultimo risultato. Non sei il tuo errore. Non sei la tua sconfitta. Sei anche ciò che fai dopo.

​E forse la vittoria più importante non è arrivare primi: è arrivare dall’altra parte della difficoltà senza aver perso noi stessi.

​Fonti e approfondimenti

  • ​Epitteto, Enchiridion (Manuale) — fonte fondamentale per il pensiero stoico e per la distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi.
  • ​Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Epictetus” — approfondimento accademico sulla vita, l’etica e il pensiero filosofico di Epitteto.
  • ​National Institute of Mental Health (NIMH), “Psychotherapies” — informazioni sulla psicoterapia e sugli approcci psicologici contemporanei.
  • ​American Psychological Association (APA), “Approaches to psychotherapy” — approfondimenti sugli approcci psicoterapeutici e sulla relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti.
  • ​Gupta, S. & McCarthy, P. J. (2022), “The sporting resilience model: A systematic review of resilience in sport performers”, Frontiers in Psychology.
  • ​Sarkar, M. & Fletcher, D. (2014), “Psychological resilience in sport performers: a review of stressors and protective factors”.
  • ​Kegelaers, J. et al. (2023), “Are we really studying resilience in sport? A critical review of adopted methodologies”.

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​Articolo a cura di Manila Scaramella.

La riproduzione, anche parziale, del presente articolo è consentita esclusivamente previa autorizzazione dell’autrice, salvo i limiti previsti dalla legge.

di Manila Scaramella

​Manila Scaramella ​"Essere la voce di chi non ha voce." ​Caporedattrice per Terzo Tempo | Fondatrice e Direttrice di Focus Psiche Magazine | Autrice e Redattrice d'Inchiesta ​Biografia Manila Scaramella è caporedattrice di Terzo Tempo e direttrice editoriale, guidata da un preciso impegno etico, umano e sociale. ​Attraverso un approccio basato sull'inchiesta rigorosa, sulla divulgazione scientifica e sulla neuroetica, indaga i contesti più complessi della società contemporanea, della mente umana e degli equilibri internazionali. Il suo percorso unisce la sensibilità per la giustizia sociale al rigore dell'analisi giuridica e scientifica, ponendo al centro la tutela dei diritti fondamentali: dalle approfondite inchieste sull'applicazione del Codice Rosso e la protezione delle vittime di violenza, fino alle battaglie civili per il riconoscimento dei caregiver familiari e della disabilità. ​Specializzata anche in diritto marittimo e geopolitica, ha curato dettagliate analisi su scenari strategici globali, come le dinamiche e le crisi nello Stretto di Hormuz, integrando la visione delle normative internazionali con le ripercussioni socio-economiche. ​Con una prospettiva multidisciplinare che intreccia neuroscienze, diritto e trasformazioni culturali, ha fondato e dirige Focus Psiche Magazine, testata indipendente dedicata all'approfondimento della psiche e del pensiero contemporaneo. ​Nel suo lavoro d'autore e di direzione editoriale, Manila Scaramella coniuga rigore scientifico, competenza analitica e passione civile, mettendo l'approfondimento al servizio della comunità per offrire un'informazione etica, profonda e accessibile.

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