​Dalle armi a basso costo all’intelligenza artificiale: come cambiano i conflitti e perché, dietro ogni innovazione militare, non dobbiamo dimenticare il valore della vita umana.

​A cura di Manila Scaramella

​Una guerra che cambia volto

​La guerra non è mai rimasta uguale a se stessa. Cambiano le armi, le strategie, gli equilibri internazionali. Ma ogni trasformazione militare porta con sé una domanda che non dovrebbe essere trascurata: quale prezzo pagano le persone?

​Oggi questa domanda si ripropone con particolare urgenza davanti alla diffusione dei droni e all’impiego crescente dell’intelligenza artificiale nelle operazioni militari. Non si tratta soltanto di una nuova fase dell’innovazione tecnologica. È un cambiamento che investe il modo di combattere, la percezione del nemico e la distanza tra chi prende una decisione e chi ne subisce le conseguenze.

​Il conflitto in Ucraina ha mostrato quanto i droni possano incidere sulle operazioni militari. Altri scenari, dal Medio Oriente all’Africa, confermano che queste tecnologie sono ormai accessibili a un numero crescente di eserciti e gruppi armati, sebbene con capacità e risorse molto differenti.

​La trasformazione riguarda anche il modo in cui si osserva il campo di battaglia. Un piccolo velivolo può raccogliere immagini, seguire gli spostamenti e fornire informazioni che un tempo richiedevano mezzi più complessi. In determinate circostanze, può essere impiegato anche per colpire.

​La guerra diventa più capillare, difficile da prevedere e sempre più complessa da contenere. Per i soldati, muoversi senza essere individuati è diventato più difficile. Per i civili, vivere nelle vicinanze delle aree di combattimento significa convivere con minacce che possono arrivare dall’alto, spesso senza preavviso.

​La democratizzazione della letalità

​Per lungo tempo, la capacità di condurre operazioni aeree senza mettere direttamente a rischio i propri piloti è stata legata a programmi militari complessi e costosi. I grandi droni da sorveglianza e attacco rappresentavano una possibilità riservata soprattutto agli Stati dotati di importanti risorse tecnologiche e finanziarie.

​Oggi, accanto a questi sistemi, si sono diffusi velivoli più piccoli, spesso derivati da prodotti commerciali e adattati all’impiego militare. I droni FPV, controllati attraverso una visuale in prima persona, sono diventati uno degli strumenti caratteristici della guerra contemporanea.

​Questa evoluzione viene definita democratizzazione della capacità offensiva. Il termine non indica un progresso democratico, ma una riduzione delle barriere economiche e tecniche che limitavano l’accesso ad alcune capacità militari.

​Un dispositivo relativamente economico può costringere un esercito a modificare le proprie strategie, proteggere le postazioni e impiegare risorse per difendersi. Ciò non significa che piccoli gruppi possano competere automaticamente con le grandi potenze sul piano militare. Significa, piuttosto, che il vantaggio tecnologico tradizionale non garantisce più lo stesso livello di sicurezza.

​La diffusione dei droni modifica anche il rapporto tra attacco e difesa. La disponibilità di mezzi prodotti in quantità elevate può mettere sotto pressione sistemi militari sofisticati, soprattutto quando questi devono affrontare minacce numerose e ripetute.

​La tecnologia diventa più accessibile, ma anche la vulnerabilità si estende.

​Dietro questa trasformazione non ci sono soltanto nuove capacità operative. Ci sono soldati esposti a pericoli continui e civili che faticano a trovare luoghi sicuri, mentre la sorveglianza aerea restringe gli spazi in cui è possibile vivere, spostarsi e ricevere aiuti.

​L’intelligenza artificiale entra nella guerra

​Il passaggio più delicato riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari.

​Gli algoritmi possono contribuire all’analisi delle immagini, all’elaborazione dei dati raccolti dai sensori e all’individuazione di elementi di interesse. Alcuni sistemi sono progettati per mantenere determinate funzioni anche quando il collegamento con l’operatore viene interrotto.

​Occorre, tuttavia, distinguere tra tecnologie già utilizzate, sistemi sperimentali e capacità ancora in fase di sviluppo. Non tutti i droni impiegano l’intelligenza artificiale e non tutti i sistemi automatizzati sono in grado di selezionare autonomamente un bersaglio.

​I conflitti contemporanei, in particolare quello ucraino, hanno prodotto grandi quantità di immagini e informazioni raccolte in condizioni operative reali. Questi materiali possono essere utilizzati per sviluppare e valutare strumenti di analisi automatizzata. La loro disponibilità, tuttavia, non garantisce che un algoritmo sia affidabile in qualsiasi circostanza.

​Un’immagine può essere incompleta. Il fumo può nascondere elementi decisivi. Una persona può essere identificata erroneamente. Il contesto può non essere comprensibile attraverso i soli dati visivi.

​In ambito civile, un errore informatico può provocare un disservizio. In un’operazione militare, può contribuire a determinare la morte di una persona.

​Per questo l’impiego dell’intelligenza artificiale in guerra non può essere valutato soltanto in termini di velocità, efficienza o precisione dichiarata. Occorre interrogarsi sull’affidabilità dei sistemi, sulla possibilità di verificarne le valutazioni e sul ruolo effettivo degli esseri umani nelle decisioni.

​La capacità di elaborare informazioni non coincide con la capacità di assumersi una responsabilità morale.

​Guerra elettronica e i limiti delle macchine

​La diffusione dei droni ha accresciuto l’importanza della guerra elettronica. Il disturbo dei segnali radio e dei sistemi di navigazione satellitare può compromettere alcune funzioni dei velivoli senza pilota, mentre gli sviluppatori cercano soluzioni per ridurre la dipendenza dai collegamenti esterni.

​Tra queste figurano sistemi di navigazione alternativi e strumenti di riconoscimento visivo. In determinate condizioni, possono consentire a un dispositivo di proseguire alcune funzioni anche in assenza di un collegamento stabile con l’operatore.

​Non si tratta, però, di una capacità universale. Le prestazioni dipendono dalla configurazione del sistema, dalle condizioni ambientali e dalle contromisure dell’avversario.

​Si è così consolidata una competizione nella quale ogni innovazione difensiva può spingere verso nuove soluzioni offensive, e viceversa. La superiorità militare dipende sempre più anche dalla capacità di raccogliere informazioni, mantenere le comunicazioni e adattarsi rapidamente alle tecnologie dell’altra parte.

​Questa dimensione è meno visibile delle immagini di un bombardamento, ma contribuisce a determinare l’andamento delle operazioni.

​Dal cielo al mare e alla terra

​La robotica militare non riguarda più soltanto i velivoli.

​In mare, i mezzi di superficie senza equipaggio, indicati con la sigla USV, vengono impiegati per attività di ricognizione e attacchi marittimi. Alcune operazioni hanno mostrato come imbarcazioni relativamente piccole possano mettere in difficoltà unità navali di valore molto superiore.

​Sulla terraferma, i veicoli terrestri senza equipaggio, o UGV, vengono utilizzati o sperimentati per il trasporto di materiali, lo sminamento, la ricognizione e il supporto alle operazioni di soccorso ed evacuazione.

​Queste applicazioni possono avere un ruolo importante nella protezione delle persone. Un mezzo robotico che trasporta rifornimenti in una zona esposta al fuoco o contribuisce a recuperare un ferito può ridurre il rischio per i soccorritori.

​La stessa tecnologia, tuttavia, può essere destinata a impieghi offensivi.

​Non è quindi sufficiente giudicare una tecnologia sulla base delle sue prestazioni. È necessario considerare il contesto nel quale viene utilizzata, le decisioni che può influenzare e le conseguenze che produce.

​La questione riguarda il rapporto tra innovazione e responsabilità: che cosa siamo in grado di costruire è una domanda diversa da che cosa dovremmo permettere di fare a ciò che costruiamo.

​Il costo della guerra non si misura soltanto in denaro

​Uno degli elementi più discussi riguarda la differenza tra il costo di un drone e quello dei sistemi necessari per contrastarlo.

​Alcuni piccoli droni FPV possono essere assemblati con componenti commerciali relativamente economici. I droni d’attacco a lungo raggio, come quelli appartenenti alla famiglia degli Shahed, hanno invece caratteristiche e costi differenti.

​Anche i sistemi di difesa aerea presentano differenze significative: alcuni intercettori possono costare centinaia di migliaia o milioni di dollari, a seconda del modello e delle condizioni di acquisizione.

​Non esiste una cifra unica valida per tutti i dispositivi. È però evidente che l’impiego ripetuto di sistemi difensivi costosi contro minacce prodotte in grandi quantità può creare un problema economico e industriale.

​Gli Stati devono proteggere città, basi, infrastrutture energetiche e installazioni strategiche, mantenendo scorte sufficienti e garantendo la produzione di nuove munizioni. Il problema diventa ancora più complesso quando il conflitto si prolunga.

​La guerra dei droni mostra così un aspetto spesso sottovalutato: la capacità di resistere non dipende soltanto dalla qualità delle armi, ma anche dalla disponibilità di risorse, dalla produzione industriale e dalla possibilità di sostenere nel tempo i costi della difesa.

​Eppure, dietro questi calcoli rimane una realtà che nessun bilancio può restituire interamente: il costo umano della guerra, fatto di vite perdute, ferite permanenti e famiglie costrette a ricominciare altrove.

​Il diritto davanti alle nuove tecnologie

​L’evoluzione delle armi solleva interrogativi che riguardano direttamente il diritto internazionale umanitario. Le nuove tecnologie non cancellano le regole che disciplinano la condotta delle ostilità.

​Le Convenzioni di Ginevra e il Protocollo aggiuntivo I del 1977 stabiliscono principi essenziali per la protezione della popolazione civile. Tre disposizioni sono particolarmente rilevanti anche nel dibattito sui sistemi automatizzati:

  • ​Articolo 48 del Protocollo aggiuntivo I: il principio di distinzione. Le parti coinvolte in un conflitto devono distinguere tra civili e combattenti, nonché tra beni civili e obiettivi militari. In termini semplici, la presenza di una persona in una zona di guerra non la rende automaticamente un bersaglio legittimo. La distinzione tra chi partecipa alle ostilità e chi deve essere protetto costituisce un obbligo fondamentale.
  • ​Articolo 51, paragrafo 5, lettera b): il divieto di attacchi sproporzionati. La disposizione riguarda gli attacchi dai quali ci si può attendere perdite accidentali tra i civili o danni ai beni civili eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto. In pratica, anche quando l’obiettivo è militare, devono essere valutate le conseguenze prevedibili per la popolazione civile. Non ogni attacco contro un obiettivo militare è, per questo solo fatto, lecito.
  • ​Articolo 57, paragrafo 2: le precauzioni negli attacchi. La norma impone a chi pianifica o decide un attacco di adottare le precauzioni richieste per verificare gli obiettivi e ridurre, per quanto possibile, i danni incidentali ai civili. In termini concreti, le informazioni disponibili devono essere verificate e i rischi per la popolazione devono essere presi in considerazione prima di procedere.

​Queste disposizioni non sono state concepite specificamente per l’intelligenza artificiale. I loro principi restano tuttavia centrali quando una decisione militare viene supportata o condizionata da un algoritmo.

​La presenza di un operatore umano non rende automaticamente legale un attacco. Allo stesso modo, l’impiego di un sistema automatizzato non elimina gli obblighi previsti dal diritto internazionale.

​La responsabilità non può scomparire dietro una decisione tecnologica.

​La questione riguarda governi, forze armate, produttori e organismi internazionali. Riguarda anche la società civile, perché le scelte compiute oggi possono influenzare il modo in cui verranno condotte le guerre future.

​Il mio pensiero: non dimentichiamo l’umanità

​Ci sono immagini che, anche quando smettiamo di guardarle, continuano a vivere dentro di noi. Il volto di un bambino che piange, le mani di una madre che cercano quelle dei propri figli, un padre che scava tra le macerie con la speranza disperata di ritrovare qualcuno che ama. E poi ci sono gli occhi di chi è sopravvissuto, ma ha perso tutto ciò che dava un senso alla propria vita.

​Quando penso alla guerra, sono queste le immagini che mi accompagnano. Non riesco a vedere soltanto le armi, i droni che attraversano il cielo, le macchine sempre più sofisticate o gli algoritmi capaci di individuare un bersaglio. Penso alle persone che si trovano dall’altra parte di quello schermo. Persone che non sono numeri, coordinate geografiche o obiettivi militari. Sono esseri umani, con una storia, degli affetti, dei sogni e qualcuno che li aspetta a casa.

​Penso alle madri che, nel buio della notte, stringono a sé i figli per proteggerli da un rumore che non dovrebbe mai far parte dell’infanzia. A quei bambini ai quali viene rubato il diritto di sentirsi al sicuro, che imparano a riconoscere il suono delle esplosioni prima ancora di conoscere davvero il significato della parola futuro. Penso a chi fugge senza sapere dove andrà, a chi si volta un’ultima volta verso la propria casa, a chi porta con sé una fotografia perché è tutto ciò che gli resta di una vita intera.

​E penso soprattutto a chi non ha voce. A chi muore lontano dai riflettori, a chi non viene ricordato, a chi diventa una cifra destinata a scomparire tra le notizie del giorno. Ogni vita spezzata lascia un vuoto che nessuna statistica potrà mai raccontare fino in fondo. Perché una persona non è soltanto la sua morte: è tutto l’amore che ha dato, tutto quello che avrebbe ancora potuto vivere, tutte le persone che da quel momento dovranno imparare a esistere senza di lei.

​È questo che mi spaventa della trasformazione tecnologica della guerra: non soltanto la capacità di colpire con maggiore precisione o a distanze sempre più grandi, ma il rischio che, mentre le macchine diventano più efficienti, noi finiamo per abituarci alla sofferenza degli esseri umani.

​Non mi piace l’idea che l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento per rendere la morte più rapida, le decisioni più automatiche e la responsabilità più difficile da riconoscere. La tecnologia può certamente aiutare a salvare vite, a soccorrere i feriti e a proteggere chi opera in situazioni pericolose. Ma quando entra nel campo delle decisioni che possono togliere la vita a qualcuno, credo che sia necessario fermarsi e chiedersi dove debba essere posto il limite.

​Una macchina può individuare un bersaglio, ma non può comprendere il dolore di una madre che aspetta suo figlio. Può elaborare dati, ma quei dati non raccontano l’abbraccio che qualcuno non riceverà più, la sedia che resterà vuota a tavola, la voce che una famiglia continuerà a cercare nel silenzio.

​Ecco perché credo che, davanti a queste trasformazioni, non dovremmo domandarci soltanto quanto siano diventate potenti le nostre tecnologie. Dovremmo chiederci anche che cosa stia accadendo alla nostra coscienza, alla nostra capacità di provare compassione, al nostro senso di responsabilità verso gli altri.

​Mi fa paura l’abitudine alla sofferenza. Il rischio di guardare le immagini di una città distrutta, di un bambino ferito o di una famiglia in fuga e passare oltre, perché il giorno dopo ci sarà un’altra guerra, un’altra tragedia, un’altra notizia. Non perché siamo necessariamente diventati insensibili, ma perché il dolore, quando ci viene mostrato continuamente, rischia di trasformarsi in qualcosa che impariamo a sopportare senza sentirlo più davvero.

​Eppure, dietro ogni immagine, c’è una vita che merita rispetto. Non importa da quale Paese provenga quella persona, quale lingua parli, quale religione professi o da quale parte di un confine sia nata. La sofferenza di un bambino non ha una nazionalità. Le lacrime di una madre non hanno una bandiera. La paura di perdere qualcuno che amiamo è una delle esperienze più profondamente umane che esistano.

​Non dovremmo mai aver bisogno di riconoscerci in una vittima per comprenderne il dolore.

​Non penso che la compassione possa risolvere da sola i conflitti, né che bastino parole gentili davanti a interessi politici e militari così complessi. Ma credo che senza umanità ogni soluzione rischi di perdere il suo significato più importante. Possiamo discutere di strategie, sicurezza, equilibri internazionali e innovazione; dobbiamo farlo, con serietà e responsabilità. Ma non possiamo permettere che tutto questo cancelli la persona.

​Non mi piace l’idea di un futuro in cui saremo capaci di costruire macchine sempre più precise nel colpire, ma non altrettanto capaci di fermarci davanti alla sofferenza che provochiamo. Vorrei che la ricerca, l’intelligenza e le risorse dell’umanità fossero orientate sempre di più a salvare vite, curare le ferite, prevenire le guerre e restituire un futuro a chi lo ha perduto.

​Forse è proprio qui che si misura il valore del progresso: non soltanto nelle possibilità che apre, ma nella responsabilità con cui scegliamo di utilizzarle.

​Quando penso a tutto questo, non ho risposte semplici. Ho domande, inquietudini e il desiderio di non diventare indifferente. Perché credo che il primo passo verso un mondo meno crudele sia continuare a riconoscere, anche nel dolore degli altri, qualcosa che ci appartiene.

​Vorrei che nessun bambino dovesse più addormentarsi con la paura di non vedere l’alba. Che nessuna madre fosse costretta a scegliere tra la fuga e il rischio di perdere i propri figli. Che nessuna famiglia dovesse imparare a riconoscere i propri cari attraverso ciò che resta dopo un bombardamento.

​So che non basta desiderarlo perché accada. Ma non voglio rinunciare a credere che la vita umana debba restare più importante di qualsiasi tecnologia, interesse o ambizione di potere.

​Perché dietro ogni guerra c’è qualcuno che perde il proprio mondo. E quel mondo, per chi lo perde, è tutto.

​È questo che vorrei non dimenticassimo mai: prima di essere una questione di armi, la guerra è una ferita inferta all’umanità. E nessuna macchina, per quanto intelligente, potrà mai restituire a un figlio la madre che non c’è più, a una madre il bambino che ha perduto, o a una famiglia il tempo che le è stato strappato.

​Possiamo forse costruire tecnologie capaci di vedere sempre più lontano. Ma dobbiamo continuare a trovare, dentro di noi, la capacità di vedere chi soffre, di sentirne il dolore e di non considerarlo mai qualcosa di estraneo.

​Perché il giorno in cui smetteremo di sentire la sofferenza degli altri come qualcosa che ci riguarda, avremo perso molto più di una battaglia. Avremo perso una parte della nostra umanità.

​Fonti e approfondimenti

​Nota sulle fonti: I riferimenti giornalistici e divulgativi offrono un quadro della trasformazione tecnologica e geopolitica in corso. Costi e capacità operative possono variare in base al modello e al contesto. Le affermazioni tecniche specifiche richiedono verifiche documentali indipendenti.

​Nota editoriale

​Questo articolo analizza la diffusione dei droni e dell’intelligenza artificiale in ambito militare attraverso una prospettiva tecnologica, giuridica ed etica. L’intento è promuovere una riflessione consapevole sulle trasformazioni dei conflitti contemporanei, mantenendo al centro la dignità umana e la tutela della popolazione civile. Le considerazioni espresse nella sezione personale rappresentano il pensiero dell’autrice.

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La riproduzione o la pubblicazione, totale o parziale, del presente articolo richiede l’autorizzazione dell’autrice, fatti salvi gli usi consentiti dalla legge.

di Manila Scaramella

​Manila Scaramella ​"Essere la voce di chi non ha voce." ​Caporedattrice per Terzo Tempo | Fondatrice e Direttrice di Focus Psiche Magazine | Autrice e Redattrice d'Inchiesta ​Biografia Manila Scaramella è caporedattrice di Terzo Tempo e direttrice editoriale, guidata da un preciso impegno etico, umano e sociale. ​Attraverso un approccio basato sull'inchiesta rigorosa, sulla divulgazione scientifica e sulla neuroetica, indaga i contesti più complessi della società contemporanea, della mente umana e degli equilibri internazionali. Il suo percorso unisce la sensibilità per la giustizia sociale al rigore dell'analisi giuridica e scientifica, ponendo al centro la tutela dei diritti fondamentali: dalle approfondite inchieste sull'applicazione del Codice Rosso e la protezione delle vittime di violenza, fino alle battaglie civili per il riconoscimento dei caregiver familiari e della disabilità. ​Specializzata anche in diritto marittimo e geopolitica, ha curato dettagliate analisi su scenari strategici globali, come le dinamiche e le crisi nello Stretto di Hormuz, integrando la visione delle normative internazionali con le ripercussioni socio-economiche. ​Con una prospettiva multidisciplinare che intreccia neuroscienze, diritto e trasformazioni culturali, ha fondato e dirige Focus Psiche Magazine, testata indipendente dedicata all'approfondimento della psiche e del pensiero contemporaneo. ​Nel suo lavoro d'autore e di direzione editoriale, Manila Scaramella coniuga rigore scientifico, competenza analitica e passione civile, mettendo l'approfondimento al servizio della comunità per offrire un'informazione etica, profonda e accessibile.

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